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Alert: non è più Wall Street, è Bank street

PRIMO PIANO, clicca qui per leggere la rassegna di Alfonso Tuor , 17.09.2009 11:10

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È trascorso un anno dal fallimento della Lehman Brothers, ma ancora non vi è una spiegazione ufficiale dei motivi che spinsero l’amministrazione Bush e la Federal Reserve a permettere il crac della quarta banca d’investimento americana.

Eppure per molti era già evidente che la crisi dei mutui subprime scoppiata nell’estate del 2007 non era un temporale passeggero. Nel corso di quell’anno tutti gli indicatori finanziari ed economici segnalavano inequivocabilmente un continuo deterioramento delle condizioni del mercato immobiliare statunitense, una caduta del valore dei titoli in cui erano stati impacchettati quei mutui e una crescita della sfiducia nei confronti della stabilità del sistema bancario. Del resto già nell’aprile 2008 si era dovuto salvare con il decisivo contributo della Federal Reserve un’altra banca d’investimento, la Bear Stearns, e pochi giorni prima del fallimento della Lehman Brothers si erano completamente nazionalizzate le due agenzie parastatali, Fannie Mae e Freddie Mac.

Inoltre nei mesi precedenti e fino all’agosto del 2008 il sistema bancario internazionale aveva già dovuto denunciare 500 miliardi di dollari di svalutazioni di titoli tossici. Quindi sia al segretario al Tesoro Henry Paulson sia al presidente della Fed Ben Bernanke non poteva sfuggire il pericolo rappresentato dal fallimento di una grande banca internazionale, che avrebbe infranto la convinzione, largamente diffusa, che non si sarebbe mai lasciata fallire una grande banca, poiché una bancarotta avrebbe provocato, come in effetti è avvenuto, l’immediata chiusura del mercato dei capitali e soprattutto dei canali finanziari attraverso cui si finanziano le stesse banche.

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