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Storiografia della crisi. Se cambia il passato cambia anche il futuro PRIMO PIANO, clicca qui per leggere la rassegna di Alessandro Fugnoli , 19.03.2010 13:46  Iscriviti GRATIS ai segnali Buy/Sell in Email e SMS! Basta avere un minimo di pazienza, a volte qualche anno e a volte qualche secolo, e per tutti i miti fondativi della storia arriva il momento della radicale revisione. La conquista delle Americhe, presentata e vissuta per mezzo millennio come opera di civilizzazione, diventa a un certo punto una brutale operazione di annientamento e sterminio. La Rivoluzione Francese, trionfo dei diritti e della luce della ragione, diventa totalitarismo dell’intelletto. La banconota più scambiata al mondo, quella da 20 dollari, raffigura e onora dal 1928 uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Andrew Jackson, che viene oggi considerato quasi una vergogna nazionale, un rozzo populista che si rese protagonista di feroci operazioni di pulizia etnica e di deportazioni di massa di Indiani.
Il revisionismo coinvolge anche i miti negativi e perfino per Attila, per un millennio e mezzo Flagellum Dei, arriva il momento della riconsiderazione basato su una rivisitazione della storiografia bizantina, più equilibrata di quella d’occidente.
Sulla crisi del 2008-2009 ha dominato a lungo una storiografia in tempo reale profondamente pessimista. Si è pensato sulla falsariga della Grande Depressione degli anni Trenta, dimezzata in durata e gravità grazie a imponenti misure di policy. Si è parlato della rottura completa di un modello di sviluppo e di distribuzione del reddito. Quel che più conta, si è teorizzata l’impossibilità di ripristinare quel modello di crescita.
C’è stata una lettura pessimista che definiremo moderata e ce n’è stata una radicale. Pessimismo moderato è la New Normal di El Erian e di Bill Gross. Il mondo ha finito di crescere del 3-4 per cento e si avvia a una lunga fase storica di crescita bassa, tra l’uno e il due, di pesante interventismo statale e di attacco fiscale e salariale
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