L’aspetto intrigante di questi nove anni di bull market, è la natura timida, placida del movimento: rialzi di entità contenuta, quasi impercettibili, che alimentano dubbi in chi ha comprato («non ce la fa più») e certezze in chi non ha comprato. Ci fossero sedute da +2%, gli emarginati del listino accantonerebbero le cautele e impiegherebbero la copiosa liquidità parcheggiata in strumenti dal rendimento negativo.

Roba d’altri tempi: negli ultimi 18 mesi, soltanto una volta lo S&P è salito in misura superiore al 2%. Eppure nessuno dubita della vitalità del rialzo. Questo Toro è fatto così: si concede a dosi omeopatiche.

Viceversa, sedute dalla variazione finale contenuta sono all’ordine del giorno. Basti pensare che, nell’ultimo anno, soltanto 50 volte lo S&P500 ha fatto registrare un saldo finale, in valore assoluto superiore al mezzo punto percentuale. In pratica, una volta alla settimana: non di più.

Questo schema comportamentale sta facendo impazzire gli investitori. In effetti è qualcosa di unico. Per meglio dire, di raro. Dal 1928 in avanti, difatti, soltanto una volta lo S&P ha fatto registrare un numero così esiguo di sedute che possiamo etichettare come volatili:

Siamo nel 1964, alla Casa Bianca si è da poco insediato Lyndon Johnson e, nonostante le tensioni internazionali provocate dalla crisi dei missili di Cuba, il dolore e le lacerazioni nella società americana indotte dall’assassinio di JFK, Wall Street si attesta sui massimi storici: non suona familiare?