Il Venezuela potrebbe rimescolare le carte sul tavolo del petrolio e far fregare le mani agli investitori. Bisognerà vedere, però, come hanno intenzione di giocare altri due player: l’Opec e l’America con il suo shale oil.

La produzione di oro nero da parte del paese Latam è calata del 14% nel 2017. Una frenata che gli esperti del settore non si aspettavano e rimette in discussione le previsioni sulle riserve mondiali.

Estrazione petrolio venezuelano vs previsioni

Le ragioni di questo shortage sono principalmente due: il calo del prezzo della materia prima e le sanzioni imposte dagli Usa. Le conseguenze di questi fattori sono state diverse. Ad esempio, la difficoltà nel finanziare lo sviluppo di nuovi progetti di espolarazione. Oppure l’impossibilità di mantenere efficienti gli impianti di trasporto e di raffinazione. O anche i problemi nel pagare i fornitori di servizi. Ci sono, inoltre, ostacoli nell’importare il cosiddetto diluent oil, petrolio più leggero di quello venezuelano al quale viene mischiato per agevolarne il trasporto. “La buona notizia è che il calo di produzione non è dovuto a motivi geologici come un impoverimento delle riserve”, spiega  Dave Meats, senior analyst di Morningstar specializzato nel settore energy.

Occhio all’Opec

In questa situazione, gli investitori non devono perdere di vista l’Opec. Il cartello dei paesi produttori, l’anno scorso, ha deciso di rallentare la produzione (portandola a circa 32 milioni di barili al giorno) per dare una spinta alle valutazioni del barile. Risoluzioni simili sono state prese anche in passato, ma non sempre tutti i membri dell’organizzazione hanno rispettato i limiti che si erano imposti. “Questa volta alcuni stati che fanno parte del cartello sembrano più disciplinati”, spiega l’analista. “Ma una ripresa sostanuta dei prezzi potrebbe spingere qualcuno a muoversi per conto proprio”.