Grazie alle colombe della Fed, l’oro ha potuto fare un ritorno alla quasi normalità, ovvero a quei 1300 dollari l’oncia che vedono la soglia minima tra la produttività e l’antieconomicità. Eppure proprio questo numero che per molti rappresenta un po’ il delta discriminante per capire l’andamento del prezioso metallo, si sta trasformando sempre di più nel pomo della discordia. Ma procediamo con ordine.

L’andamento al rialzo dei prezzi dell’oro, registrano la conferma che le speranze (o le paure) di un tapering si stiano allontanando anche se, c’è da ricordarlo, il crollo maggiore si è avito ad aprile, tra aprile e maggio per essere precisi, ben prima che il famoso annuncio venisse reso pubblico. Una fuga di notizie? Forse, ma ciò esula dal nostro discorso principale che vede invece l’azione della Fed restringersi tra settembre e dicembre a seconda dei dati economici in arrivo. Un range che, a prescindere da questi, però, potrebbe essere rivisto proprio sulla scia delle rassicurazioni di Bernanke circa la presenza della Fed, costante ancora per lungo periodo (ora cosa si intenda nell’ottica di Bernanke per “lungo periodo” non è dato sapere).

MA se da una parte alcuni esperti come Kelly Teoh, strategist di IG Markets crede che l'oro abbia ormai toccato il fondo e che lo stimolo continuerà con un parallelo indebolimento del dollaro premessa di primaria importanza per un recupero sull’oro, c’è anche chi vede qualcosa di drastico scritto non tanto nelle quotazioni recenti, quanto nello storico. In tutti i sensi. E cioè un crollo dell’oro di 500 dollari. A dirlo è Campbell Harvey, della Fuqua School of Business della Duke University, secondo cui in oltre 2.500 anni di storia, il prezzo reale dell’oro (cioè al metto dell’inflazione) è rimasto più o meno lo stesso: 800 dollari l’oncia.