La prima ad accorgersene è stata la Lega che, paradossalmente, aveva comprato Bond della Tanzania, sebbene lo stesso Bossi si sia affrettato a correggere il tiro dicendo che erano andati in Norvegia. Fatto sta che, sorprendentemente, i Paesi del Terzo Mondo attraggono investitori molto più dei Paesi europei che continuano a perdere terreno nonostante si stiano divincolando tra riforme, manovre e tassazioni varie. Si sta perciò creando una situazione in cui i fondi specializzati hanno fatto registrare un guadagno che superava l’8% proprio mentre i Btp ne perdevano quasi il 10%.
Come mai? Semplice: i fondi specializzati, puntando alle materie prime, attirano capitali per investimenti “sicuri” come quello ormai classico: l’oro. La situazione dell’oro, bene rifugio per eccellenza anche in caso di crisi, viene affiancato da altre commodity cioè rame, argento e petrolio. Inutile dire che Paesi come Nigeria e Tanzania navigano letteralmente su immensi giacimenti di questi minerali che, proprio grazie alla facilità di stoccaggio e alla loro sempre maggiore diminuzione non possono far altro che aumentare di valore.
Cosa è successo, dunque? Gli investitori, sapendo le difficoltà dei mercati canonici e le continue difficoltà che possono insorgere in momenti di incertezza (transazioni bancarie e tassazioni a loro legate, in primis) hanno preferito spostare l’obiettivo verso materie prime, ottenendo così una diversificazione del portafoglio.
I fondi di questo tipo, inoltre possono sfruttare un campo d’azione ulteriore e, soprattutto, dalle potenzialità quasi spropositate: l’high tech. Metalli particolari, presenti nelle cosiddette “terre rare” che hanno una grande capacità di creare leghe magnetiche e che quindi vengono sfruttate per la creazione di elementi indispensabili negli iPad, negli smartphone e nei sistemi satellitari. Un universo economico ancora non solo da esplorare ma, letteralmente, da conquistare. In questo caso ad esserne avvantaggiati sono gli USA, molto più ricettivi al mercato in questione anche per la presenza altissima di aziende specializzate nel settore. Ad affiancarli, la Cina che detiene il 95% delle terre rare e che, quindi, risulta essere il primo interlocutore.