La Fed alza i tassi di un quarto di punto percentuale. Nessuna novità, era tutto già scontato, come ci indica anche la volatilità sui mercati che si è mantenuta bassa sin dall’inizio del mese. I tassi interbancari, ora, si trovano nella fascia tra l’1% e l’1,25%. Due dei tre rialzi previsti dalla Fed per il 2017 si sono realizzati. Ora rimane l’incognita del terzo rialzo dato che i futures sui fed funds danno, per via dell’economia in rallentamento, una probabilità non superiore del 50% che tale evento si verifichi durante l’anno. Infatti, i dati deludenti sulla crescita, sull’occupazione ma soprattutto sull’inflazione possono far rallentare la Federal Reserve nell’attuazione del suo piano di normalizzazione della politica monetaria. Secondo il calendario, tracciato dalla banca centrale già a marzo, il 2017 si dovrebbe chiudere con 3 rialzi e  i tassi all1,25%-1,50%, il 2018 con tassi tra 2% e 2,25% e il 2019 con il 3%. Quest’ultimo è considerato un livello neutrale o di lungo periodo, pertanto ogni cambiamento di marcia che porti alla normalizzazione oltre il 2019 sarà significativo per i mercati.

Si è discusso anche dell’enorme bilancio della Fed. Nel suo portafoglio ci sono circa 4500 miliardi di dollari in titoli, accumulati durante la crisi per sostenere la ripresa. La banca centrale ha dichiarato che il mancato reinvestimento dei titoli(quindi non tanto la vendita) inizierà con il 3 rialzo dei tassi del 2017.

Intanto l’amministrazione Trump punta a un Pil americano al 3% contro il 2% pronosticato come sostenibile dalla Federal Reserve. Probabilmente, tale valore, richiederà oltre a stimoli di politica economica e fiscale, un costo del denaro sempre molto basso. Il presidente Trump, inoltre, in questi giorni sta ricercando il prossimo presidente della Fed, dato che il mandato della Yellen e in scadenza per l’anno prossimo. Tra i candidati c’è anche il nome del capo consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn.