La giornata di martedì ha seguito uno scenario fin troppo familiare, vale a dire che i mercati sembrano essere immuni da qualsiasi preoccupazione prima dell’evento, per poi crollare una volta che l'accordo sulla Grecia viene finalmente annunciato La ragione è semplice. L'accordo, nel migliore dei casi salverà la Grecia da un default a breve termine e da una probabile uscita della zona euro, ma non fa nulla per mettere sicurezza nel lungo periodo. Naturalmente ci sono tanti motivi per chiedersi se i numeri dietro questo accordo le permetteranno di farcela veramente o se le daranno solo una possibilità. Il motivo principale da considerare è che la Grecia ha bisogno di crescita e, se i salari minimi sono stati ridotti, le altre misure impiegheranno anni per ripristinare la competitività contro l'impatto invece solitamente più immediato che un default, una svalutazione o l'inflazione portano con sé. Inoltre rimane comunque un alto livello di condizionalità dato dal fatto che la Grecia deve realizzare una seriedi misure e promulgare delle leggi prima che i fondi vengono effettivamente rilasciati, senza dimenticare l’obbligo di swap del settore privato. Anche se l'euro è rimasto relativamente su livelli elevati si deve rilevare che le principali valute beta come il dollaro australiano, il Won coreano o il Kiwi hanno faticato nelle ultime settimane. C'è sicuramente un senso di affaticamento per la propensione al rischio e l'attenzione si concentrerà sul sapere in che misura le aste della BCE sui finanziamenti a 3 anni potranno dare un po’ di sollievo la prossima settimana, ma queste ultime sarebbero comunque un debole punto d’appoggio su cui fondare esclusivamente nuovi movimenti al rialzo.
Stanchezza da rischio in crescita
Ancora una volta la situazione economica del Regno Unito si posiziona in qualche modo tra gli Stati Uniti e quello che osserviamo in tutta Europa. Non si é vista la serie di sorprese positive che abbiamo osservato negli Stati Uniti, ma non si é neanche in preda ai mali di bilancio infiniti dell'area dell'euro. Di Simon Smith, Chief Economist
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