Le trattative sul secondo pacchetto di aiuti e rifinanziamenti della Grecia ha avuto come oggetto l’aumento della tranche che dagli iniziali 130 miliardi è passata a 145. Non solo ma proprio a causa del peggioramento della congiuntura ellenica, gli esperti di Fmi, Banca centrale europea e Commissione europea vorrebbero che il Parlamento greco votasse alcuni provvedimenti:

licenziamenti massicci nel settore pubblico (150 mila dipendenti tra pubblica istruzione e forze dell’ordine) : abolizione di tredicesima e quattordicesima anche nel settore privato dove, tra l’altro, si chiede l’abbassamento del salario minimo garantito da 750 a 561 euro (solo per gli under 30).
Da qui le minacciate dimissioni del Primo Ministro Papademos nel caso in cui le richieste europee non venissero accolte dal Parlamento.

Una caduta del governo di Atene significherebbe la sicura bancarotta di tutto lo Stato Ellenico, già drammaticamente a corto di liquidità, per la seconda volta in 4 mesi.

Un’uscita della Grecia dall’euro non è più una pura fantasia e già il fatto che dal considerarla un’ eventualità remota i vari governi siano passati a elaborare un piano di bancarotta controllata fa capire bene il polso della situazione. Chi ne farebbe in Europa le conseguenze? Prima di tutto la Francia, che più delle altre Nazioni si è esposta verso l’acquisto del debito sovrano ateniese con il conseguente declassamento dell’intero sistema bancario di Parigi.

Esposta alla caduta greca anche Berlino, seconda acquirente dei bond e perciò anche lei pienamente coinvolta nella fase di drammatiche trattative.

In realtà la prospettiva serpeggiava da tempo ma nessuno ne aveva parlato a voce alta. E lo spettro dei loro timori si è realizzato. Atene non ha letteralmente più soldi in cassa per ripagare i debiti né i bond.