Reso noto il rapporto sull’occupazione Usa. Le stime superano le previsioni ottimistiche della vigilia: creati oltre 243 mila posti di lavoro, mentre se ne aspettavano solo 155 mila, con un abbassamento della disoccupazione che si blocca all’8,3%. Minimo l’aumento del salario (0,2%), quasi invariata la settimana lavorativa (34,5 ore contro le 34,4). Una situazione occupazionale migliore dispone, solitamente a una maggiore facilità dei consumi e si dimostra l’inizio di una spirale virtuosa che è il primo elemento per uscire dalla crisi.
Le aziende stanno ricominciando a riassumere sull’onda di entusiasmo che sta coinvolgendo l’economia USA. La fiducia delle aziende stesse nei confronti dell’economia è in netto aumento ma non molti si sentono di nutrire lo stesso ottimismo.
Si, perché dietro tutto questo si celano dati che forse non tutti ricordano. Il debito continua a crescere, un deficit che rappresentano l'8-10% del Pil, anche a causa del Social Security e del Medical, in pratica i programmi previdenziali e l’assistenza sanitaria agli anziani che “sottraggono” ogni anno alla spesa pubblica tra i 50 e gli 80 trilioni di dollari. Purtroppo le esigenze di una popolazione sempre più anziana e malata (l’obesità e le patologie cardiovascolari sono ai primi posti tra le cause di morte negli Stati Uniti) sono il sintomo più evidente di una società sempre più invecchiata. In pratica, le stesse tematiche che l’Italia si è trovata più volte ad affrontare. Con tutti i conseguenti costi di bilancio.
Non solo. Lo stesso presidente della Fed Ben Bernanke nella sua recente audizione alla Commissione di Bilancio della Camera ha più volte sottolineato come sia necessario riportare al più presto il deficit sotto una quota di controllo entro tempi strettissimi (si parla addirittura del 2013). In mancanza di un serio piano di ristrutturazione non dettato dall’emergenza, l’implosione della Nazione sembra essere inevitabile.