Sembrava a tutti un’impresa disperata ma a quanto pare Marchionne ha di che festeggiare. In questo periodo di notizie altalenanti e incertezze per le aziende, il gruppo Fiat-Chrysler può vantare un ricavo di 59,59 miliardi di euro con un netto di 1,65 miliardi. In pratica il primo bilancio in attivo per l’azienda torinese, dopo l’acquisizione del colosso statunitense.
Ma mentre gli analisti, cautamente, gioiscono, altri si chiedono se le lusinghe delle sirene statunitensi non portino alla drastica decisione di chiudere gli storici stabilimenti italiani per trasferire l’azienda a Detroit. Innegabile il fatto che Marchionne abbia salvato la fabbrica automobilistica made in USA dal baratro dei 652 milioni di dollari di perdita e l’abbia portata a un ricavo di 42 miliardi (primo utile netto dal 1997), regalandole anche una quota di mercato che nel 2010 è arrivata al 9,4, ma è pur vero che in più di un’occasione lo stesso manager abbia lamentato i vari freni e le opposizioni poste dai sindacati italiani ai suoi progetti di riassetto.
Certo è, comunque, che i ricavi del 2011 sono aumentati del 31%, le vendite mondiali del 22% e che le prospettive vanno da una previsione di vendita per il 2014 di 4,4 milioni di auto. Cifra notevole, forse anche troppo ambiziosa ma che è il punto fermo sul quale si orienterà la futura politica di ristrutturazione del settore in Italia. Lo stesso Marchionne ha infatti dichiarato che “Solo se si presenteranno i volumi di vendita previsti non saranno necessarie altre chiusure oltre quella dello stabilimento di Termini Imerese”.
Quello sindacale è uno “scoglio” che il leader della Fiat vorrebbe superare applicando il modello di flessibilità, già sperimentato a Pomigliano, in tutti gli altri stabilimenti, sia italiani che stranieri. Il suo piano “Fabbrica Italia” non sembra però trovare appoggio tra le organizzazioni dei lavoratori, ai quali evidentemente l’idea di esportare in altre fabbriche la formula del contratto aziendale proprio non piace