Se davvero si vuole risolvere l’emergenza abitativa, bisogna prendere spunto dall’Italia del dopoguerra e lanciare un programma di costruzione di case popolari sullo stile del piano Fanfani. Aiuterebbe anche a risolvere il problema della disoccupazione.

A che punto è l’attuazione del piano del 2014

Nel discorso pronunciato appena dopo la rielezione a segretario del Pd, Matteo Renzi ha manifestato il proposito di focalizzare l’azione politica del suo partito su tre questioni che riguardano la vita di milioni di persone: lavoro, casa e famiglia.

Il problema della casa dovrebbe essere affrontato partendo da una valutazione dei risultati prodotti dalle azioni già promosse e da una riflessione sulle iniziative da intraprendere.

Nell’aprile 2014 fu emanato il decreto legge 47 (convertito con legge 80/2014) per attenuare l’emergenza abitativa, con azioni, tra l’altro, per l’affitto, il recupero delle case popolari sfitte e per favorire l’acquisto delle abitazioni attraverso il riscatto a termine (rent to buy).

Il programma per le case popolari fu finanziato con circa 500 milioni di euro, per piani di recupero del valore massimo unitario di 50mila euro da realizzare in pochi mesi. Dal monitoraggio effettuato dal sito del ministero delle Infrastrutture (con aggiornamenti addirittura ogni sei ore) risulta che al 7 maggio 2017 (ore 16) su 5.440 interventi finanziati ne sarebbero stati completati meno del 10 per cento.

Per l’attuazione del riscatto a termine a tutt’oggi non è stato pubblicato il decreto congiunto di ministero delle Infrastrutture e ministero dell’Economia con i dettagli sulla tipologia di contratto e le modalità di fruizione del credito d’imposta concesso non all’acquirente, ma al venditore dell’abitazione. In ogni caso, l’affitto con riscatto non sembra incontrare il favore del mercato.