Giunta alla fine (provvisoria) la interminabile telenovela greca, sui media si cominciano a leggere, accanto ai tanti commenti entusiasti sponsorizzati dagli eurocrati e dai capi di governo, anche qualche riflessione meno allineata, generalmente da parte di chi non si accontenta delle versioni ufficiali edulcorate dagli interessi politici dominanti.
Si scopre allora che forse l’accordo raggiunto sulla euro-flebo d’emergenza per evitare la morte finanziaria del paziente greco serve soltanto a prolungare l’agonia per qualche altro mese; che inoltre è piena di effetti collaterali devastanti (la recessione proseguirà e l’impoverimento dei greci continuerà ben oltre il 2012); che saranno presto imposte altre dolorose amputazioni al tenore di vita, già compromesso, dei greci; che, se il paziente sopravvivrà, non tornerà certo alle funzioni normali, dato che per 20 anni almeno non si parlerà più di accedere al mercato dei capitali.
Insomma: appena si spengono le luci della propaganda franco-tedesca, tornano a prevalere le ombre di questa lunga notte europea, di cui la gestione della tragedia greca è stata un drammatico esempio. Nulla sarà più come prima. La Germania ha imposto il suo predominio e la sua cieca soluzione recessiva dei problemi, incurante delle sofferenze che debbono subire i popoli dei paesi che Monti chiama “del sud-est” e che altri hanno battezzato come “il Club Mediterranee”.
Terminata la euro-maratona politica, dovrebbe concludersi anche lo sprint dei mercati, che amano arrampicarsi sul muro della paura e che, come se sapessero con grande anticipo che alla fine ci avrebbero guadagnato le grandi banche, hanno espresso un rally che proprio ieri ha consentito all’indice SP500 di arrivare ad un soffio da 1.370, il massimo della primavera dello scorso anno, quando, come ora, ci si cullava sulle speranze di ripresa americana, che poi in estate subì un drastico ridimensionamento.