Che sia una moda passeggera oppure la tecnologia del futuro, una rivoluzione la blockchain l'ha di sicuro già prodotta: accorciare a dismisura i tempi con cui si entra e si esce dalle classifiche dei Paperoni del pianeta.

Il caso Larsen

Lo ha dimostrato ieri, nel bel mezzo di una delle peggiori ondate ribassiste sperimentate nell'ultimo anno dalla variegata famiglia del bitcoin, quanto accaduto al patrimonio di Chris Larsen, co-fondatore e presidente esecutivo di Ripple, la coin digitale che ha fatto discutere all'inizio dell'anno per i guadagni prodigiosi messi a segno nel 2017. 

All'inizio di gennaio, l'imprenditore era finito sulle prime pagine dei quotidiani finanziari di mezzo mondo per essere arrivato, al traino dei guadagni della "sua" moneta, a un passo dal diventare il quinto uomo più ricco d'America.

Secondo quanto ricostruito allora da Forbes citando fonti interne alla stessa Ripple, infatti, Larsen sarebbe proprietario di 5,19 miliardi di Xrp - la sigla sotto cui scambia la criptovaluta - e di una quota del 17% della start-up che ha fondato, la quale a sua volta ha in pancia 61,3 miliardi di Xrp (sui 100 totali).

Fatte i calcoli, alla data del record storico di 3,84 dollari toccato da Ripple lo scorso 4 gennaio, il patrimonio di Larsen si era gonfiato a ritmi da capogiro fino a 59,9 miliardi, proiettandolo nella top five degli uomini più ricchi d''America davanti ai fondatori di Google.

Un patrimonio sull'altalena

Una fortuna che si è però con altrettanta rapidità dissolta (parzialmente) parallelamente alla caduta in disgrazia di Ripple e di tutto il mercato degli asset digitali degli ultimi giorni: nel momento peggiore del selloff di ieri, XRP ha bruciato il 74% del suo valore dal massimo storico di due settimane prima, portando via qualcosa come 44 miliardi dalle tasche di Larsen.