In un articolo sul Corriere, Salvatore Bragantini analizza la persistenza dell’elevato differenziale di tasso d’interesse tra Italia e Germania, e ritiene che ampia parte di esso sia imputabile all’esistenza di un premio al rischio di collasso dell’Eurozona, ed al ritorno di valute nazionali. Potrebbe aver qualche ragione.
Scrive Bragantini che, malgrado l’Italia “abbia rimesso ordine nei propri conti pubblici come nessuno in Europa, (…) lo spread sul nostro debito resta altissimo”:
«Quei tassi non sono dovuti a timori sulla insostenibilità del debito, ma alla paura che la crisi sfoci nella rottura dell’unione monetaria e nel ritorno di ciascuno ad una propria valuta. A pagare quei tassi è solo chi, ove mai dovesse uscire dall’euro, danneggerebbe i creditori, costretti ad accettare rimborsi in valute “deboli”, come quella che succedesse alla lira»
E’ innegabile che i mercati abbiano espresso un inequivocabile voto di sfiducia verso la governance europea e la totale assenza di mutualità che una cosa chiamata “unione” dovrebbe avere. Al momento, nulla e nessuno ci garantiscono che, dopo l’approvazione del fiscal compact, i tedeschi metteranno mano a meccanismi di tutela dei paesi con i maggiori costi di funding, come richiesto dallo stesso Mario Monti. Allo stadio della crisi in cui ci troviamo, peraltro, neppure la Germania potrebbe disporre di risorse sufficienti per garantire il resto d’Europa. Il bubbone è stato fatto lievitare, con una incredibile serie di errori strategici. L’assenza di munizioni adeguate, dopo mesi in cui si parla del fondo salva-stati e della sua dotazione, continua a pendere sulla testa di paesi come il nostro, che hanno un enorme stock di debito e crescita zero o negativa, per effetto della violenta stretta imposta all’Eurozona da questa disperata esigenza di pareggiare il bilancio credendo che ciò serva a rilanciare la crescita nel breve termine.