Non avrà effetti magari dirompenti, ma è un segno dei tempi. Per la prima volta dal 1989, anno delle proteste di Piazza Tienanmen, l'agenzia di rating Moody's ha scelto ieri di declassare il rating sul debito sovrano cinese.

Una decisione tecnica che non pesa granché sulla gestione delle finanze di Pechino, visto che il debito del gigante asiatico è in larga parte in mano agli stessi cinesi. Ma che è comunque fortemente simbolica dell'importante passaggio di fase che sta investendo la seconda economia mondiale.

Nel ridurre di un gradino il suo giudizio, da AA3 a A1, l'agenzia americana spiega infatti che il gigante asiatico non cresce più abbastanza. O meglio: non abbastanza da compensare un livello di indebitamento della sua economia che tra pubblico e privato è complessivamente quasi raddoppiato nel giro di meno di dieci anni.

Pechino paga il prezzo del rallentamento economico

Vero è per gli europei abituati a economie da zerovirgola, sembrerà un paradosso sentir parlare di problemi di crescita per una economia che ha archiviato il 2016 con un Prodotto Interno Lordo in aumento del 6,9%. Ma per i cinesi, che hanno abituato in passato anche a tassi a due cifre, si è trattato del "peggior" incremento degli ultimi 25 anni.

E soprattutto, preoccupa in prospettiva che la frenata non sia verosimilmente destinata ad arrestarsi: se il governo cinese prevede per il 2017 un PIL in aumento "intorno al 6,5%", per Moody's sarà già abbastanza se Pechino  marcerà a un passo annuale del 5% nei prossimi 5 anni. Insomma, dopo quasi trent'anni di vorticoso sviluppo economico costruito a ritmi che hanno fatto invidia al mondo, la Cina sta adesso dando segni visibili di "normalizzazione". E si ritrova di conseguenza a fare i conti con le sue debolezze.