Wojciech Stanislawski, Gestore del fondo Comgest Growth Emerging Markets, osserva un diffuso scetticismo sulle prospettive della Cina, innescato da timori riguardanti la situazione debitoria e, più di recente, il rischio di una possibile guerra commerciale con gli USA. È tuttavia opportuno chiedersi se gli investitori sanno che la situazione relativa al finanziamento è solida e che la leva è stata utilizzata a fini di investimento, più che di consumo, e che i dividendi cinesi legati alla globalizzazione sono già diminuiti. Le esportazioni in percentuale dell’economia cinese si sono quasi dimezzate (al di sotto del 20%), un livello paragonabile ai primi anni 2000, prima cioè che la Cina si unisse alla World Trade Organization. In vista della crescita dei consumi e dei servizi, la domanda esterna non rappresenta più l’elemento rivoluzionario per lo sviluppo della Cina, come è stato 15-20 anni fa.

Siamo costruttivi sullo sviluppo dell’economia del Paese, e manteniamo convinzioni bottom-up sull’area, focalizzate sulla crescita della classe media - spiega Wojciech Stanislawski -. Il nostro portafoglio azionario sui mercati emergenti è esposto a una manciata di società quality growth in Cina, che riflettono una realtà economica: la Cina rappresenta la seconda maggiore economia e il secondo mercato azionario a livello globale. Attraverso il Connect Scheme, gli investitori stranieri possono ora investire direttamente in quasi 1500 titoli (il 50% della capitalizzazione di mercato cinese).

Ed è qui che subentra un paradosso: più i gestori sono attivi sui mercati emergenti, più sottopesano la Cina - spiega Wojciech Stanislawski -. Secondo Copley Fund Research, i fondi sui mercati emergenti globali con un active share superiore al 75% e con meno di 75 posizioni, sottopesano per più dell’8% la Cina. Tuttavia, il record di dispersione di rendimento azionario indica che ci sono ottime opportunità di alpha. Solo un terzo della porzione di mercato disponibile attraverso il Connect Scheme e il programma QFII è stato finora usato dagli investitori stranieri. Solo l’1% della capitalizzazione del mercato domestico cinese è detenuto da investitori stranieri. Il 90% del mercato è in mano allo Stato e ad azionisti retail, il che spiega perché esso non sia ancora efficiente.