Ieri sera, la Yellen ha fatto del suo meglio per mantenere aperta la porta  per una mossa sui tassi prima dell’estate. Una mossa comprensibile, visto che l’ennesimo voltafaccia avrebbe ulteriormente minato la credibilità  del FOMC.

Ma i mercati, a 24 ore dal  suo  discorso,  affibbiano un bello “zero” alla probabilità di un rialzo a giugno, e un 20% ad un rialzo al luglio, contro oltre il  50% della scorsa settimana. Una possibilità su 5, che presumibilmente riflette la  probabilità cumulata che:

  • nelle prossime 6  settimane i dati US recuperino a sufficienza da consentire al  FOMC di alzare senza contraddire la loro disciplina autoimposta (data dependant)
  • il 23 giugno l’Inghilterra non voti per lasciare l’EU
  • La  situazione internazionale (i.e la Cina) non torni a spaventare i mercati.

Certo, a dare uno sguardo alle condizioni citate, il mercato sembra quasi ottimista. Ma probabilmente l’attuale  20% contiene un premio al rischio,  dovuto all’erraticità dimostrata recentemente da Yellen e C.

Tanto è vero che la probabilità di un rialzo al meeting di giugno ha oscillato  tra 35-40% e 0-5%  per ben  3 volte negli ultimi 5  mesi.

Naturalmente, il collasso delle aspettative di normalizzazione dei tassi (solo  il meeting di dicembre conserva una probabilità  di rialzo superiore al 50%)  ha rasserenato parecchio i mercati emergenti , con il MSCI merging, che ad oggi,  ha recuperato quasi interamente la correzione  della prima parte di maggio. Galvanizzante poi l’effetto sulle commodities, che avevano tenuto bene anche nella fase precedente.