In un interessante editoriale Paul Krugman afferma “…tagliare drasticamente la spesa pubblica in un’economia depressa non serve quasi nemmeno a ridurre il deficit, perchè trascina al ribasso l’economia e con essa il gettito fiscale“. A cosa faceva riferimento? Alle critiche made in USA da parte di alcuni autorevoli giornali quali Washington Post e il New Yor Times relativamente alla strada intrapresa dalla Germania che, per uscire dalla crisi, porta avnti l’assioma “austerità e crescita non sono nemici ma compagni di strada”. La Merkel propone il modello tedesco come benchmark per le economie europee partendo dalal recente storia e da come il paese sia riuscito a superare il dificcile decennio trascorso grazie alla trasformazione del “deficit” delle partite correnti in un “surplus”. Il problema pragmatico della impossibilità di prendere la stessa via è il seguente: quale realtà economica (in una situazione di crisi mondiale) potrà portare in surplus le partite correnti dei singoli stati europei? Sarebbe così altruista la Merkel da “cedere” parte del proprio surplus per alimentare le economie euro se quest’ultime contemporaneamente applicassero politiche di rigore? “No, ma potreste aprire il commercio agli alieni…!” risponderebbe in tono teutonico il Cancelliere. L’economia si conferma nuovamente “scienza triste”, le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti ma solo sulla carta, inapplicabili praticamente. La ricetta per non arrivare a questa situazione era ancor più semplice: 1) Crisi 2008: più controlli sui mercati finanziari, soprattutto dei derivati, impedendo a banche e intermediari di creare un mondo cartolarizzato che ha diviso e allontanato economia reale da finanza; 2) crisi 2011 (Grecia): un’Europa unica per scelte fiscali e applicazione escutiva diretta delle scelte legislative comuni (ratificazione centralizzata)