Come? Con il commercio dei Credit Carbon, i buoni che permettono alle aziende di sforare i quantitativi di anidride carbonica, in barba ai trattati sull'ambiente.

Le commodities continuano a scendere, arrivando a toccare il livello più basso in quasi 19 mesi, dopo la Federal Reserve ha abbassato le sue prospettive di crescita per l'economia più grande del mondo e ha ribadito il suo impegno a espandere il programma di stimolo con una proroga della Operation Twist.

Lo Standard & Poor's GSCI Spot Index di 24 materie prime è sceso per il secondo giorno, perdendo fino a 1 per cento il livello più basso dal novembre 2010, mentre anche il petrolio greggio a New York è diminuito fino al 1,9 per cento al livello più basso in otto mesi.

Ma a costituire la vera novità sono i carbon credit, ossia i certificati verdi che vengono comprati/venduti come delle vere e proprie commodities. Inizialmente nati con la finalità di controllare le emissioni di anidride carbonica nell’aria, sono dei bonus affidati a tute quelle aziende che si impegnano o certificano il basso impatto ambientale con l’uso di energia rinnovabile o finanziamento a progetti di riforestazione.

Da questo punto è nato il commercio: chi ha una politico eco-friendly (e quindi non ha motivo di averne) li vende a chi non ha intenzione di mettersi in regola sulla scia degli accordi di Kyoto (protocollo già di per sè scandalosamente tollerante...).

Secondo quanto prospettato dalla Banca mondiale il commercio di carbon credit potrebbe presto entrare nel paniere delle classiche commodities e portareil suo contributo di quasi 3,500 miliardi di dollari, dato interessante se si pensa che il petrolio, in caduta libera, potrebbe passare al secondo posto, come anche il metallo giallo, sulle cui prestazioni altalenanti, molti sono dubbiosi.