Il sentiment dei mercati è decisamente cambiato: dalle agenzie di rating ai casi di Grecia e Portogallo, nulla provoca più gli scossoni di prezzi dei mesi scorsi; in aggiunta i politici nazionali (ed internazionali) parlano meno. Così la ricetta positiva è servita.

Si può affermare con una sorta di “orgoglio nazionale” che l’Italia una piccola battaglia l’ha vinta quasi da sola: quella che si è giocata sul Btp e sull’atteggiamento dei principali investitori internazionali che hanno dismesso e speculato sui nostri titoli. Fino all’inizio degli anni ‘90 un punto di forza del nostro debito pubblico, al pari di quello giapponese ancor oggi, era di essere detenuto per oltre l’80% dalle famiglie e dal sistema finanziario interno; con l’internazionalizzazione e le aperture dei mercati la proporzione si è modificata, arrivando alla metà del 2011 con oltre il 55% dei nostri titoli posseduto da investitori internazionali.

La sfiducia sul Paese, alcune decisioni dell’Eba e la speculazione hanno spinto molti “stranieri” a disfarsi dei titoli e anche a venderli al ribasso; in quella fase acuta, soprattutto tra ottobre e dicembre, le nostre banche e i cittadini hanno ben supportato il sistema, spinto da buone operazioni di marketing quali il “Btp day”, che hanno controbilanciato anche la sfiducia mediatica che si stava profilando.

Il risultato è che oggi la proporzione di debito pubblico in mano estera è scesa al 40%. E coloro che hanno venduto si sono persi il forte rialzo e il recupero dello spread, a tutto vantaggio di investitori italiani e famiglie che hanno acquistato, queste ultime in genere poco propense a disfarsi dei titoli in portafoglio prima della scadenza naturale.