L’osservazione dei mercati finanziari è diventata da qualche giorno un noioso conteggio dei record di Wall Street. Infatti per Dow Jones e SP500 sono ormai 5 le sedute consecutive in cui è stato registrato un nuovo massimo storico assoluto, mentre per il tecnologico Nasdaq100 siamo addirittura arrivati a 7.

Ed al commentatore non resta che magnificare le glorie di un mercato che sta dando il meglio di sé dopo aver già corso in modo irrefrenabile dal 9 marzo 2009 e che sta per celebrare con i fuochi artificiali l’ottavo compleanno del Toro. Quest’ultima accelerazione è partita, non a caso, all’annuncio da parte di Trump di un imminente piano “fenomenale” di sgravi fiscali e si è innestata in un contesto già fortemente generoso di acquisti per il mercato azionario USA, che ha letteralmente preso il volo dopo l’elezione del celebre piazzista immobiliare alla Casa Bianca. L’impulso in atto attribuisce così un carattere decisamente euforico al “rally di Trump”, che dura, senza apparentemente alcuna voglia di arrestarsi, né tantomeno di correggere, ormai da 69 sedute di borsa, cioè il tempo trascorso dall’inizio della settimana elettorale USA fino a ieri.

In questo lasso di tempo, che non è poi così lungo, gli indici americani hanno fatto tanta strada: +12,7% l’indice SP500, +13,8% il Nasdaq100 e addirittura +15,2% il Dow Jones, emblema della old economy.

Si tratta di performance che raramente Wall Street è riuscita a realizzare in un anno di borsa e rendono l’euforia in corso tanto potente quanto pericolosa. Pericolosa per motivi che dovrebbero essere ovvi, alla luce del buon senso: se a febbraio si è già esaurito il potenziale che normalmente i mercati possono esprimere in un anno, significa che la parte restante dell’anno è molto probabile che offa poche soddisfazioni. A meno che questa volta sia diverso dalle altre che personalmente ho più volte vissuto in 30 anni di osservazione dei mercati.