Evidentemente c’è chi non solo non se ne vergogna, ma ne approfitta. E come se ciò non bastasse non si accanisce su un singolo individuo (cosa già di per sé ripugnante) ma sfrutta la disperazione di un popolo alla deriva che, per mettere insieme la cifra, ha dovuto prelevare l’equivalente di un anno di tasse.

Vogliamo essere ottimisti? Pensare che in fondo una persona ricchissima deve pagare sul suo capitale un adeguato quantitativo di tasse? NO! Non possiamo farlo, perché l'investitore in questione è un “esiliato fiscale” ovvero una persona che, disgustata dall’ignobile ingiustizia di dover pagare le tasse (quale orrore!) si è trovato costretto a dover emigrare dagli Stati Uniti alle isole Cayman, ma non sui luridi bastimenti degli emigranti italiani di inizio secolo, con ogni probabilità lo avrà fatto sul suo catamarano extra-lusso (e super inquinante).

Fino adesso le ipotesi. Ora parliamo dei fatti reali. E dei numeri. Kenneth Dart, è titolare di un fondo. A suo tempo, quello dello swap per intenderci, decise (previdente, questo bisogna riconoscerlo) che se fosse riuscito a rientrare nel ristrettissimo gruppo di investitori che non accettavano lo swap (sempre che però questo avesse raggiunto la quota prevista per essere messo in atto e dunque valido, cioè il 90%) avrebbe ottenuto il vantaggio del rimborso integrale (invece di quello tagliato, come previsto dagli accordi) e in più esentasse.

Una logica economica a dir poco feroce e sulla base della quale chi scrive si sente di dare poche speranze a genere umano circa l’esistenza dell’etica e la sua applicazione.

In certi casi, infatti la fisiognomica diventa scienza e il positivismo certezza. Come? Semplice. Lo sfruttamento del prossimo, ma soprattutto delle sue disgrazie, Dart ce lo ha nel sangue: il nonno fece fortuna con le targhette di riconoscimento per i militari prima della Guerra (eticamente accettabile, senza dubbio, ma senza guerra, niente targhette...), il padre inventò Styrofoam, ovvero polistirene espanso, meglio conosciuto come polistirolo, sul quale non mi dilugherò oltre, citando semplicemente poche parole chiave: sottoprodotto del petrolio ad altissimo pericolo di inquinamento sia durante la produzione (fatta in Cina per lo più con combustibile a carbone) sia per lo smaltimento (non è assolutamente riciclabile), senza contare i rischi per la salute degli operai che lo producono, esposti a sostanze cancerogene (secondo un rapporto dell’EPA risalente al 1986 già da allora il processo di lavorazione del polistirene era la quinta fonte di rifiuti a livello mondiale).