Nel silenzio più assoluto sta andando avanti quello che nessuno sospetta: il possibile fallimento di Sorgenia. La società energetica si trova senza forze (e soprattutto senza capitali) per continuare a lottare. Lotta che si inquadra in una situazione complessa e disperata come guerra tra disperati è quella che nasce intorno alle banche debitrici il cui elenco include Mps (da parte sua anche lei con l’acqua alla gola) oltre a Intesa e Unicredit. E in periodo di ricerca spasmodica di capitali, con un sistema bancario che deve scontare la “generosità” di un decennio tra il 2000 e il 2012 durante il quale ha regalato fiumi di soldi alle società, senza poi averne un ritorno in termini di investimento e ricchezza, ebbene in questo quadro Sorgenia deve sperare in un accordo che le permetta di cancellare quanto dovuto, almeno di un terzo. Un accordo al ribasso che scontenterebbe tutti.

L'inizio della storia e della fine

Ed è proprio dagli investimenti sbagliati che parte tutta la storia: siamo nel 2000 e, volendo entrare nel settore degli energetici, con una Libia nostra amica e accordi facili sul piano internazionale, Sorgenia sbarca, convinta che basti questo per fare il salto di qualità. Purtroppo il timing è pessimo: nascono le energie alternative e il boom di solare ed eolico fa sperare in un’energia “verde” (lancio che nella realtà dei fatti si è rivelato tecnicamente più complicato del previsto) mentre in parallelo il prezzo del gas deve risentire anche del taglio dei consumi. Consumi che, anche per colpa di una crisi ufficiosamente avviata ma ufficialmente non ancora riconosciuta, non permette il ritorno nemmeno per le 4 centrali create ad hoc. Da qui la battaglia contro gli incentivi nei confronti delle rinnovabili, quelle tecnologie accusate di “concorrenza sleale” e che poi verranno penalizzate da tassazioni a favore del termoelettrico, proprio mentre il resto del mondo si muove nella direzione opposta. Potere delle lobby unito all’incapacità di una classe dirigente miope e campanilista, forse già conscia del fatto che il tessuto industriale italiano è destinato alla desertificazione.