Ora che il parlamento greco ha approvato l’ennesima austerità per ottenere l’ennesimo “salvataggio”, è bene riflettere su ciò che aspetta il paese ellenico. Nessuna novità, saranno ancora lacrime e sangue.

In assenza della possibilità di deprezzare il cambio, alla Grecia viene richiesta una svalutazione interna, fatta di tagli a salari, stipendi e pensioni, pubblici e privati. Ma la Grecia è un paese “peculiare”: corruzione pervasiva, un sistema di esazione delle imposte che è praticamente inesistente, un’economia che ha nel sommerso il proprio asse portante. La soppressione della domanda interna di fatto sta avvenendo, come dimostrano i dati di Pil degli ultimi tre anni, ma mai come nel caso greco si assiste allo scontro tra una concezione da libro di testo del riequilibrio macroeconomico e la realtà. E il dramma è che la cocciutaggine tedesca nel perseguire una feroce politica pro-ciclica credendo che questo da solo basti per riportare la crescita determina un muro di tragica incomunicabilità. La trappola è scattata da tempo, e qualunque azione si rivela controproducente.

La Grecia non può pensare di dichiarare un default unilaterale e di ritirarsi dall’Eurozona. Ciò causerebbe un collasso senza precedenti dell’economia del paese, senza contare le difficoltà operative di reintrodurre una valuta nazionale. Vi sarebbero durissimi controlli sui capitali che rapidamente volgerebbero in soppressione delle libertà civili, si tornerebbe a forme di baratto e di economia di sussistenza ed autoconsumo, le istituzioni affonderebbero, il paese (che è membro della Nato) diverrebbe uno stato fallito, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di sicurezza per l’intera regione.