La riforma del mercato del lavoro varata in Spagna, pur non risolvendo tutti i problemi, può contribuire a porre fine alla distruzione dei posti di lavoro e favorire la creazione di nuova occupazione. Perché dà la priorità agli accordi a livello di impresa, permette riduzioni temporanee dell'orario di lavoro e facilita la flessibilità interna. A patto, però, che il parlamento spagnolo intervenga introducendo alcuni cruciali cambiamenti. E che il governo riesca a spiegare ai cittadini i contenuti e i fini della riforma.
La riforma del governo Rajoy sul mercato del lavoro in Spagna, varata con il regio decreto legge (Real Decreto-ley) n. 3 del 10 febbraio 2012, non è una cattiva riforma: con qualche piccolo ma importante cambiamento nel corso dell’iter parlamentare può porre fine alla distruzione dei posti di lavoro e, senza dubbio, faciliterà la creazione di nuova occupazione. (...)
LE OMBRE
È certamente facile enfatizzare gli aspetti negativi o perfettibili delle nuove norme: la dualità rimane la nota dominante, gli impieghi continueranno a essere temporanei, i contratti sono troppi (anzi, ora ce n'è uno in più). Mentre il proliferare di bonus e sussidi è un errore e una perdita di tempo e denaro: se ci sono risorse da investire, che vengano utilizzate per la formazione dei disoccupati. E l’eliminazione del licenziamento rapido, odiato dai sindacati (con il massimo indennizzo ma senza spese di transazione, che sono quelle che danno lavoro ad avvocati, sindacati, confederazioni imprenditoriali, eccetera) aumenterà i costi di transazione e i contenziosi nel nostro inefficiente apparato giudiziario.
Tuttavia, bisogna riconoscere (ed è la mia opinione personale) che questa non è una mini-riforma. E può migliorare il catastrofico andamento del mercato del lavoro. Per quale ragione?