Se qualcuno si chiede quale sia l’elemento comune che ha portato l’Inghilterra e la Repubblica Ceca alla decisione di chiamarsi fuori dal “Patto Fiscale” UE, firmato dai restanti 25 Paesi, non lo troverà. Ad esempio, il governo di Praga chiede, a differenza di quello inglese, di poter effettuare un’analisi ulteriore del Patto perché teme che possa modificare a tal punto il Trattato UE da non permettere alla Repubblica Ceca di entrare nell’Eurozona.
Curiosamente, infatti, l’unico dei 4 parametri di Maastricht sul quale i cechi vedono ridursi drasticamente le possibilità di accesso alla fase di monitoraggio ERM (preventivo all’entrata nell’euro), è proprio il deficit fiscale attualmente al 4.2%, rispetto al 3% richiesto. Per il resto, con un’inflazione all’1.9%, il debito pubblico al 41% e la media dei tassi ben al di sotto del 5.5%, la Repubblica Ceca distanzia nettamente gli altri aspiranti all’Eurozona: Ungheria, Polonia, Romania e Bulgaria.
Ma non solo: con un CDS a 150 punti base e lo spread su Bund decennale a 140 punti base, il rating del paese stabile ad A1 di Moody’s e A+ di Fitch, risulta allineato con simili parametri valutabili negli altri Paesi della cosiddetta Nuova Europa. In ogni caso resta comunque scarsa l’attrattiva per il comparto obbligazionario, data anche la scarsa liquidità.
L’impegno messo per rincorrere l’euro è testimoniato dalle innumerevoli riforme varate lo scorso anno scorso dal governo del premier Necas, leader del Partito Democratico Civico di centro destra, e già vice premier e Ministro del Lavoro del precedente esecutivo. Dalla riforma dei Fondi Pensione a quella del sistema sanitario, sono molte e importanti le misure intraprese. Tutte tese a ridimensionare il gap fiscale.