C’è chi scende e c’è chi sale nella scala dei rating e nel gradimento delle vituperate agenzie di rating. Che infatti continuano a premiare l’Asia e hanno recentemente promosso l’Indonesia nella classe dei privilegiati con “investment grade” nella BBB. Fitch e Moody’s si sono già mosse, mentre Standard & Poor’s seguirà a breve.
A ben guardare il CDS, il rischio di default, è di poco superiore ai 200 punti base sul 5 anni e a 250 sul 10 anni, cioè la metà dell’Italia anch’essa nella classe BBB (anche se solo per S&P). Un livello di spread che anche il Belpaese amerebbe riconquistare entro il 2013 per riportare il costo del debito a livelli decisamente più sostenibili e consoni all’impegno profuso nelle riforme.
Questa doppia promozione apre immediatamente la strada ai flussi di investimento delle “mani forti” del mercato che guardano alla tripla B come spartiacque tra buoni e cattivi nel rischio sovrano. Inoltre permette al Paese di essere inserito in quegli indici di riferimento che per i fondi comuni di investimento rappresentano la base sulla quale impostare le loro strategie di diversificazione di portafoglio.
Certo la liquidità (e la liquidabilità) via Euroclear dei titoli domestici indonesiani, che rendono il 5.5% sul 10 anni, è ancora scarsa. Del resto, la stessa rupia indonesiana, che ha chiuso il 2011 con una performance positiva del 2.5%, non è completamente convertibile ma è trattata via “non deliverable forward” sul mercato dei cambi. Sicuramente però gli sforzi del Governo per implementare la fruibilità del mercato interno porterà all’abbattimento delle barriere esistenti verso la piena convertibilità entro la fine dell’anno.