Ieri poteva essere una giornata drammatica, per colpa dello scoop del Washington Post, che ha rivelato che anche lo stesso Trump è indagato per ostacolo alla giustizia nell’ambito delle inchieste sul Russia-gate. In parte lo è anche stata, ma fuori dagli USA. Infatti la mattinata europea ha visto gli indici azionari perdere anche più di un punto percentuale, con cali diffusi a tutti i settori.

Ma il pomeriggio, una volta constatato che a Wall Street, dopo una sbandata iniziale, i compratori pian piano si sono rifatti vivi, la situazione è migliorata anche in Europa e le chiusure di giornata sono state ovunque superiori ai minimi. Gli indici americani hanno poi proseguito il recupero anche a mercati europei chiusi ed hanno concluso in modo quasi indolore. Segnalo solo una maggior difficoltà per il settore tecnologico. Il Nasdaq100, che rappresenta le 100 principali società del settore che ha trascinato le borse azionarie americane a conseguire tutti i record degli ultimi anni, ha iniziato la giornata piuttosto di cattivo umore perdendo circa il 2%, con vendite cospicue su tutti i big dell’high tech. E’ andato nuovamente a testare il minimo di 5.633 realizzato lunedì 12 giugno, da cui era partito il rimbalzo dei giorni precedenti. Ma anche stavolta, arrivato a 5.634, i compratori si sono ripresentati ed hanno realizzato un recupero di circa 70 punti, limitando così ad un ben più gestibile -0,46% la perdita della giornata. 

La tranquillità della risposta americana alla notizia su Trump, oggettivamente non positiva, può essere forse motivata da due fattori, che hanno contribuito al mantenimento dei nervi saldi. Il primo è il fatto che la FED, il giorno prima, aveva lanciato un messaggio rassicurante sulla crescita USA, confermando le sue previsioni di rafforzamento ed attribuendo a casualità la debolezza che si è misurata nella prima parte dell’anno. Anche la conferma del piano di rialzo dei tassi molto graduale, che prevede di arrivare al 3% solo a fine 2019, deve aver fatto la sua parte nel tranquillizzare il mercato, come pure deve essere stato apprezzata la novità dell’annuncio delle regole che verranno seguite per ridurre la montagna di titoli obbligazionari presenti nel portafoglio della FED, accumulati negli anni scorsi con i pesanti interventi di QE. Su questo tema non è stato annunciato nessun obiettivo preciso da raggiungere. Yellen si è limitata ad affermare che, al termine del processo, il portafoglio sarà “nettamente inferiore” all’attuale (4.500 miliardi) ma non ha indicato livelli obiettivo precisi. Proverei a fare una stima di buon senso. Dato che l’ammontare prima della crisi, perciò in un momento di “normalità”, era 800 miliardi, e nel frattempo un po’ di crescita del PIL nominale c’è stata, potrebbe essere ipotizzabile un livello normale intorno ai 1.500 miliardi. In questo caso occorrerebbe spianare i due terzi della montagna obbligazionaria. La portata della riduzione necessaria aveva creato un po’ d’ansia nei mercati, che temevano un ritmo di riduzione troppo rapido, che avrebbe esposto i rendimenti alla pressione di enormi quantità di titoli in vendita sui mercati obbligazionari. Insomma, se il processo di acquisto ha provocato lo schiacciamento dei rendimenti verso lo zero, il processo inverso, se attuato rapidamente, avrebbe provocato pressioni significative al rialzo nei tassi di mercato. La FED ha però dichiarato che nessun titolo sarà venduto sul mercato, ma si attuerà la riduzione solo attraverso il mancato reinvestimento delle somme incassate al momento della scadenza dei vari titoli. Ha inoltre fissato un tetto di riduzione mensile, che all’inizio sarà di soli 10 miliardi di dollari al mese per poi poter salire fino ad un massimo di 50 miliardi mensili.