Gli americani dicono going green, espressione con cui indicano il movimento ambientalista, sempre più presente nelle preoccupazioni dei soggetti politici ed economici. Perciò, quando una grande società viene accusata di attività contro l’ambiente, fa notizia. Le proteste e i boicottaggi contro le aziende che hanno violato le norme sulle emissioni, o il cui business minaccia seriamente l’ecosistema, guadagnano spesso le prime pagine sui giornali, tanto più che il filone ambientalista è diventato di moda tra i consumatori. Ma oltre il clamore mediatico che di conseguenza modella l’immagine aziendale, le società dovrebbero preoccuarsi anche finanziariamente di questo aspetto?
Brayden King, professore associato di gestione aziendale presso la Kellogg school of management, e Ion Bogdan Vasi, assistente alla Columbia University, hanno cercato di rispondere a questa domanda, studiando gli effetti che tali manifestazioni potrebbero avere sulle finanze delle imprese. I risultati della ricerca sono stati pubblicati in uno studio dal titolo Social Movements, Risk Perceptions, and Economic Outcomes: The Effect of Primary and Secondary Stakeholder Activism on Firms’ Perceived Environmental Risk and Financial Performance.
“Eravamo interessati a capire se i gruppi di attivisti potessero rendere la questione ambientale importante per le aziende non solo come qualcosa che dovrebbe teoricamente interessare tutti, ma perché è qualcosa che potrebbe pregiudicare il loro risultato di bilancio alla fine dell’anno”, si legge nell’introduzione al report, il quale si propone di studiare sia il filo diretto tra i risultati finanziari e l’attivismo, sia come l’attivismo alteri il modo in cui le aziende percepiscono il rischio finanziario in materia di ambiente.