È Brexit! Con la lettera consegnata oggi all’Unione europea il Regno Unito ha fatto ufficialmente richiesta d’uscita dalla Ue, appellandosi all’art. 50 del Trattato di Lisbona. La richiesta firmata dal premier britannico, Theresa May, segna l’avvio dei negoziati tra la Ue e il Regno Unito, rappresentati rispettivamente da Michel Barnier e David Davis, e la cui durata sarà non inferiore ai 2 anni. I negoziati saranno tutt’altro che semplici, soprattutto perché gli interessi in gioco sono troppo importanti. Dal passaporto bancario ai traffici commerciali, passando al tema immigrazione saranno questi i punti cardini su cui si giocherà la partita.

La nostra sensazione è che gli inglesi non saranno disposti a cedere sull’immigrazione, il motivo principale probabilmente che ha condotto a questa scelta lo scorso 23 giugno. Più discussa è la posizione sul passaporto bancario e sul free trade. È probabile che il Regno Unito sarà disposto a pagare pur di mantenere pieno accesso al mercato Ue, visto il peso che il settore finanziario ha sull’economia britannica. Qualche segnale in questo senso è arrivato anche dal discorso letto oggi dalla May (“We will pursue a bold and ambitious free trade agreement with the European Union that allows for the freest possible trade in goods and services between Britain and the EU’s member states”). Continuiamo a vedere questo aspetto come unico punto di contatto importante tra le due parti in gioco che possa evitare la temuta Hard Brexit.

Ad ogni modo, l’incertezza sull’evoluzione del processo rimane alta, anche perché non ci sono precedenti. Tra le prossime tappe fondamentali vanno annoverati i due passaggi elettorali di Francia e Germania, dato che i futuri leader parteciperanno ai negoziati. A complicare le cose sul fronte britannico è anche il Referendum sull’indipendenza della Scozia, approvato proprio ieri dal parlamento scozzese. Il nuovo referendum dovrebbe tenersi tra fine 2018 o inizio 2019 e le probabilità di una vittoria, dopo il fallimento del 2014, sono molto alte alla luce del mutato contesto avutosi all’indomani del 23 giugno 2016. Crediamo che il rischio disgregazione sia più alto per il Regno Unito che per la Ue, al momento, e il gap potrebbe addirittura ampliarsi dopo il risultato elettorale francese in caso di una vittoria di Macron.