Dopo quasi quattro decenni di tassi d’interesse statunitensi in calo e di tassi ufficiali delle banche centrali scesi a zero, l’unione di politiche di allentamento quantitativo, bassa inflazione e crescita modesta ha spinto i tassi dei titoli di Stato ai minimi storici. Il migliore scenario prevede attualmente che i tassi rimangano persistentemente bassi, ma vi è il rischio che facendo affidamento sugli stimoli fiscali si creino pressioni sul bilancio, con conseguente aumento dell’inflazione e del costo del denaro. Generare reddito e gestirne la potenziale volatilità in questo nuovo contesto di tassi presenta sfide del tutto nuove sia per gli investitori obbligazionari sia per quelli azionari.

Edward M. Kerschner, CFA Chief Portfolio Strategist di Columbia Threadneedle Investments spiega che il mercato dei Treasury statunitensi ha appena esibito una gamma eccezionalmente ampia di rendimenti. Dal 2% registrato nel 1941, i rendimenti sono arrivati a sfiorare il 15% nel 1982, per poi tornare al di sotto del 2% nel 2013. Dall’ultimo scorcio del XIX secolo all’inizio del XX secolo, i rendimenti hanno spaziato dal 3,1% al 5,6%. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’inflazione ha cominciato a salire anche i rendimenti sono saliti fino a raggiungere livelli elevati negli anni ‘70, alimentati dal petrolio e dall’OPEC, nonché dal costo di due conflitti: quello in Vietnam e quello contro le ingiustizie sociali negli Stati Uniti (la cosiddetta scelta tra “burro e fucili”). Alla fine degli anni ‘70 tutto sembrava fuori controllo. E se l’esperienza statunitense era la più estrema, la situazione era condivisa dal resto del mondo sviluppato.