Si fa presto a dire rischio. Ma come si misura, come si gestisce e, soprattutto, come si può definire? La lista è lunga: dalla deviazione standard al downside capture ratio, dal tracking error alla perdita massima, solo per citare alcuni indicatori. Ma, quasi tutti, guardano al passato. Sono quelli giusti per selezionare un investimento? Non necessariamente.

Che cos’è il rischio?

Il rischio di un fondo viene spesso identificato con la sua volatilità storica. Questa misura ha diversi vantaggi. Ad esempio, è semplice da calcolare ed è relativamente facile da comprendere. La sua popolarità è tale da essere la base del cosiddetto “indicatore sintetico di rischio”, il famoso SRRI ben visibile in tutti i KIID (si usa la deviazione standard degli ultimi cinque anni del fondo o, spesso, quella del benchmark di riferimento, se ad esempio il fondo è di nuova costituzione). Un numero da uno a sette viene associato alla banda di volatilità in cui ricade il fondo. L’interpretazione più ovvia è: alta volatilità uguale alta rischiosità (e viceversa). Sfortunatamente non è sempre così semplice (infatti, l’indicatore è accompagnato da una serie di note piuttosto importanti). Ad esempio, la volatilità non resta ferma, ma tende a cambiare nel tempo e questo rende difficile definire delle soglie di allerta. Inoltre, paradossalmente, in passato un ottimo momento per investire è stato proprio quando la volatilità del mercato era ai massimi storici. Così, molti investitori guardano a questo elemento come a un’opportunità da cogliere, non un rischio da evitare.