Salvataggi e ristrutturazioni cambiano il nostro sistema bancario e le condizioni di offerta del credito. Tra piccoli istituti catturati da interessi locali e grandi gruppi con centri decisionali lontani dai territori, c’è forse spazio per una terza via.

Banche e territori

L’8 aprile di quest’anno, quando ancora si sperava che le banche venete potessero riprendere il loro cammino, Il Sole-24Ore apriva una discussione sulle possibili soluzioni da adottare e soprattutto sulla conservazione della loro anima locale e cooperativa.

Sappiamo tutti come è andata a finire, con la liquidazione dei due istituiti, l’intervento di Banca Intesa, la riduzione degli organici di circa 4mila unità e la chiusura di seicento filiali.

Quella discussione sembra ormai appartenere a un’era geologica fa, ma una riflessione su come le misure di salvataggio e di ristrutturazione incidono sulla morfologia del nostro sistema creditizio e possono influenzare le condizioni di offerta del credito nelle aree di insediamento degli intermediari è ancora utile e necessaria (anche per la commissione d’inchiesta parlamentare in partenza).

Nelle aree di insediamento delle due banche ci saranno mutamenti non indifferenti per i clienti, famiglie e operatori economici, con comprensibili preoccupazioni per le possibili conseguenze sull’offerta di credito e dei servizi finanziari. Lo sfoltimento degli sportelli fisici, oltre ovviamente a incidere sul livello di concorrenza sul mercato locale e sulle possibilità di scelta per la clientela, potrebbe spingere chi ha familiarità nell’uso delle tecnologie informatiche ad avvalersi dei servizi di home banking, offerti ormai da quasi tutti gli istituti di credito, cosicché gli aggravi maggiori potrebbero ricadere su quei segmenti della clientela più avanti con l’età e non alfabetizzati con le nuove tecnologie.