Con lo spunto di ieri, lo S&P500 si porta a non più di un paio di punti percentuali dalla proiezione che abbiamo formulato nell’Outlook di gennaio. Dopo una lunga traversata nel deserto siamo finalmente giunti in vista degli obiettivi delineati otto mesi fa.

Le tipografie sono state allertate: è giunto il momento di dare alle stampe gli imperdibili berretti con la scritta “Dow 30.000”. Ci siamo, ormai: con lo spunto di ieri il decano degli indici azionari americani si porta ad un punto percentuale dai massimi di inizio anno. S&P500 e Nasdaq tirano la volata, conseguendo nuovi massimi storici, ed esasperando lo sgomento di chi è rimasto ai margini dei listini.

Le argomentazioni su cui si basava l’autoesclusione, vengono meno una ad una: ieri ad esempio ben 423 società su 500 dello S&P hanno terminato la seduta in rialzo; con buona pace di chi denuncia una partecipazione risicata. Certo, le compagnie di questa nuova era globale hanno fornito il contributo maggiore – avercene in Europa di società simili... - ma ciò non vuol dire che il resto del listino non sia salito; e comunque il segnale bullish, l’ampiezza di mercato l’ha fornito quando era il momento: a giugno, quando il nostro ADT11 ha superato l’asticella che garantisce il conseguimento della necessaria velocità di fuga.

Si segnalava la divergenza fra gli indici Dow come giustificazione di un certo disimpegno, ma l’Utility e soprattutto il Transportation stanno recuperando vistosamente posizioni, con quest’ultimo a sua volta ad un passo da una rottura storica. Circostanza che casomai sottolinea la sopravvalutazione estrema, non già del mercato azionario; ma, come argomentiamo più avanti, di quello obbligazionario.

Certo, assistiamo ad un ribaltamento di ruoli. Quest’anno il trading dei “piccoli” investitori ha costituito in media quasi il 20% del totale degli scambi del NYSE; in certe sedute arrivando al 25%. Goldman Sachs l’altro giorno rilevava come il 75% delle opzioni scambiate sulle blue chip, abbia vita residua non superiore alle due settimane, risultando perlopiù appannaggio di un pubblico che ad esse ricorre non certo per finalità di copertura.

Sentimentrader segnala come i lotti da non più 10 contratti siano saliti da meno dell’uno, a più del 7% degli scambi sul NYSE da marzo in poi. Se aggiungessimo tutto il turnover, fra retail trading e option trading in certe sedute sfioriamo il 40% dei volumi complessivi della borsa americana.

Nel frattempo i gestori sono affetti da mal di pancia. Il supremo principio loro impartito della diversificazione, ha indotto essi a sottopesare le società del FANG, producendo quest’anno sottoperformance più o meno vistose. Non è meraviglioso che i meno attrezzati stiano brillando in borsa, mentre le mani forti rimangono clamorosamente indietro?

Nel frattempo, con lo spunto di ieri, lo S&P500 si porta a non più di un paio di punti percentuali dalla proiezione che abbiamo formulato per Wall Street nell’Outlook di gennaio. Dopo una lunga traversata nel deserto siamo finalmente giunti in vista degli obiettivi delineati otto mesi fa. Nei prossimi giorni valuteremo la possibilità di formulare un upgrade sulla borsa americana. Nel Rapporto Giornaliero di oggi ci soffermiamo invece sui target degli indici europei.