Dal Dopoguerra si contano altri 9 precedenti di rialzo in un trimestre superiore al 15%; è significativo rilevare come il drawdown massimo del trimestre successivo, sia risultato pari al -3.0/-2.5% in termini medi/mediani, e nella peggiore delle ipotesi non è andato oltre il 5%.

Si va chiudendo un mese dalle diverse sfumature: decisamente positivo per le borse emergenti, che occupano le prime sei posizioni del ranking del G25 per performance; e per gli indici americani: con lo S&P500 che consegue un guadagno prossimo al 5% rispetto a giugno. Negativo per le borse europee, che occupano 7 delle ultime 10 posizioni del ranking mensile delle principali borse mondiali.

Wall Street dunque brilla fra i listini occidentali (le borse EM ormai non sono più una sorpresa). E dire che la stagionalità impegnativa della seconda metà del mese che stiamo per archiviare, sulla carta avrebbe dovuto trattenere la salita. Per non parlare della lugubre contabilità dei decessi legati al CoViD19 e ad una ripresa economica che sembra perdere colpi da alcune settimane.

Il merito è senza dubbio riconducibile a quanto di buono fatto nel secondo trimestre. Come già segnalato in precedenza, strappi generosi come quello messo a segno fra marzo e giugno, non solo pongono le premesse per una estensione del rialzo nei mesi successivi, ma contengono le correzioni che nel frattempo si manifestano.

Dal Dopoguerra si contano altri 9 precedenti di rialzo in un trimestre superiore al 15%; sorvolando sull’andamento nei due trimestri successivi, per il quale rimandiamo all’aggiornamento di metà anno del 2020 Yearly Outlook; è significativo rilevare come il drawdown massimo del trimestre successivo, sia risultato pari al -3.0/-2.5% in termini medi/mediani, e nella peggiore delle ipotesi non è andato oltre il 5%. In altre parole, da qui a settembre è realistico diffidare che eventuali correzioni possano spingersi oltre i 3000 punti di S&P500.

Piazza Affari, come anticipato, si allinea invece alla performance grama delle borse europee; proprio nel momento in cui sembrava che i listini del Vecchio Continente potessero finalmente avviare una stagione di forza relativa rispetto a Wall Street e dintorni. A scanso di equivoci, lo Stoxx600 sta facendo peggio persino dello S&P “495”; a riprova del fatto che il merito della sovraperformance USA non è riconducibile ai soliti noti.

Quella di ieri è la settima seduta negativa consecutiva. Sul FTSE MIB, una simile successione è stata registrata altre 11 volte dal 2000; non sempre con riflessi benigni, bisogna ricordare. Quando però l’ultimo giorno si rivela il peggiore, come senza dubbio occorso ieri, il track record è misto; peccato che la casistica si restringa ad appena quattro episodi (fra cui i minimi di settembre 2001 ed ottobre 2002).

Meglio affidarsi al modello basato sul famoso setup del 19-20 maggio scorso, che fino ad ora ha anticipato bene l’andamento della borsa italiana, e rispetto al quale Piazza Affari ha effettuato una correzione di rotta: un movimento di consolidamento per ora dai contorni fisiologici.