Colpa del referendum catalano che debilita l’euro? C’è chi lo sostiene, ma la pressione ribassista sui Btp trova altre giustificazioni, a cominciare da un concambio – il quarto da inizio anno – piuttosto complesso da capire e dall’approssimarsi delle elezioni politiche. Il Future sui nostri titoli di Stato aveva iniziato la giornata ieri con forti volumi in vendita, come non si registrava dal 21 settembre. Poi un rialzo e infine debolezza per tutto il pomeriggio. Uno dei motivi di maggiore preoccupazione ha riguardato l’operazione di swap, riservata agli istituzionali, su 2 miliardi del Btp novembre 2026 a cedola 7,25% (Isin IT0001086567) in cambio di 5 titoli - quattro Btp e un CctEu sulle scadenze 2018/2019 - per un importo complessivo di 2,755 miliardi. Il riacquisto da parte del Tesoro è avvenuto alle quotazioni di mercato con il contemporaneo passaggio sul vecchio Btp 2026 a cedola 7,25% al prezzo medio ponderato di 143,4.

I motivi di un’operazione allarmante

Perché il Tesoro ha deciso di proporre quest’iniziativa? Sostanzialmente per due ragioni: abbassare il peso dei rimborsi nei prossimi due anni e allungare la curva del debito. Se ne potrebbe aggiungere un terzo: accontentare gli istituzionali alla ricerca di rendimenti nominali più alti. Lo yield effettivo del 2026 è dell’1,97%, con “duration” 7,2, ma di qui alla scadenza scorrerà tanta acqua sotto i ponti di chi ha accettato l’operazione per far sì che si possa considerare conveniente! Tecnicamente parlando, il vero interesse a concludere il concambio l’ha avuto solo il Tesoro, che ha comunque fornito ai mercati un segnale preoccupante. Se lo swap si è concluso bene, la sua attuazione lascia infatti temere che il quadro delle finanze pubbliche non consenta una serie di cinque pesanti rimborsi entro il 2019. I maligni credono che forse al Ministero si sappia qualcosa di più sulla politica monetaria della Bce nei prossimi anni, spingendo in una direzione di struttura del debito più favorevole nel medio termine.