Le differenti performance borsistiche di Stati Uniti ed Europa, con i primi che sovraperformano da tempo: sono pienamente spiegate con le diverse dinamiche degli indici delle sorprese economiche. Eppure, l'Eurostoxx appare ora in ritardo.

Wall Street chiude in rialzo per la terza seduta di fila, ossequiando la buona stagionalità della settimana di scadenze tecniche trimestrali di marzo. La settimana post-expiration è tutt'altra cosa, specie se si perviene con un robusto progresso, come si registra in questi giorni; ma intanto lo S&P si affaccia ai massimi dallo scorso 10 ottobre, prima di ripiegare in sede di chiusura al di sotto della fatidica quota 2815 punti: il diaframma sempre più sottile che separa la borsa americana dai massimi dello scorso autunno.

E dire che la congiuntura economica delle due sponde dell'Atlantico dovrebbe suggerire diversamente. Il Rapporto Giornaliero di oggi mostra il rapporto fra Eurostoxx50 e S&P500: in valuta locale e comune (euro). La pendenza, discendente ininterrottamente dal 2017, ben si concilia con la differenza fra i CESI - Citi Economic Surprise Index - di Eurozona e Stati Uniti. In altri termini, le differenti performance dei due indici in esame, sono perfettamente spiegate dalle performance delle rispettive economie: con i dati economici nel Vecchio Continente più deludenti, rispetto alle aspettative, di quanto lo siano stati in USA; è normale che le borse del Vecchio Continente abbiano sottoperformato.

Questo fenomeno, però, appare ora ingiustificato: per quanto in termini assoluti non certo esaltante, l'andamento dell'economia nell'Eurozona è risultato più confortante, rispetto alle attese, rispetto a quanto registrato negli Stati Uniti; da febbraio in avanti. E questo dovrebbe tradursi in ogni caso in una evoluzione dei nostri listini più benevola. Qualcosa di analogo si registrò a metà dello scorso anno, fra aprile ed agosto: con il CESI "differenziale" che si impennava, a fronte di una persistente pendenza negativa dei rapporti SX5E/SPX. La storia si ripete?