Soltanto un rigoroso e asettico esame della domanda e dell'offerta di mercato, ha consentito di portare a casa buona parte degli eccezionali guadagni che i listini azionari hanno conseguito negli ultimi undici anni.

Piazza Affari mostra i muscoli come raramente ha fatto nella sua storia. Benché poco più che invariata, la chiusura di ieri è risultata superiore alla apertura per la nona seduta consecutiva: sintomo, si direbbe, di denaro che freme per entrare, ringraziando ogni eventuale storno iniziale per lo sconto che eventualmente produce. Il Rapporto Giornaliero di oggi si sofferma sul seguito tipo di questo evento eccezionale.

È evidente che gli investitori salutino con favore questo contesto di mercato, che continua a produrre laute plusvalenze. Ieri negli Stati Uniti girava una gustosa vignetta, con un investitore che celebrava i guadagni, e un osservatore che rilevava: «a quanto sembra, ha smesso di guardare la CNBC». È una satira graffiante, che sottolinea i danni provocati da un fenomeno vent’anni fa inimmaginabile: l’eccesso di informazione su un pubblico non del tutto attrezzato per filtrare gli input con cui è quotidianamente colpito.

Quando l’Eurostoxx50 superò in autunno i 3600 punti, era evidente che stesse cambiando qualcosa negli equilibri di lungo periodo delle borse europee. Certo, le proiezioni formulate apparivano all’epoca azzardate, per usare un eufemismo; ora un po’ meno. Ma sotto questa prospettiva non sorprende certo l’eclissamento del massimo del 2015, che per tanti anni ha tenuto; né i nuovi massimi storici dello Stoxx600, beneficiato dalla presenza nel paniere delle azioni di Svizzera e Svezia, a loro volta su nuovi vertici assoluti. Sembra di vedere lo S&P500 nel 2013, quando a sua volta si lasciava alle spalle i picchi del 2000-2007, ponendo le premesse per un bull market di cui ancora oggi si scorgono i benefici effetti.