I Tori sbandierano il consistente risultato messo a segno dalla borsa americana da inizio anno. Gli Orsi, di converso, fanno notare come alla fine di settembre la performance a dodici mesi fosse virtualmente nulla. Chi dei due ha ragione?

Volumi ieri alquanto fiacchi a Wall Street: fra le 500 società dello S&P il turnover è risultato il più contenuto degli ultimi tre mesi. In circostanze simili, solitamente la seduta successiva fa registrare una reazione verso l’alto. Al solito, però, gli investitori trovano modo per dividersi anche quando il contesto di mercato è placido, come accade in questi giorni. I Tori sbandierano il consistente risultato messo a segno dalla borsa americana da inizio anno: un 20% che ci riporta ai ruggenti anni della seconda metà degli anni Novanta. Gli Orsi, di converso, fanno notare come alla fine di settembre la performance a dodici mesi fosse virtualmente nulla. Chi dei due ha ragione?

Di sicuro sono nel giusto i modelli previsionali, che ci hanno accompagnato in questo esaltante 2019, anticipandone magistralmente la traiettoria rialzista. Da quando esiste lo S&P500, soltanto un’altra volta alla fine di settembre l’indice ha vantato un guadagno da inizio anno superiore al 15%, allo stesso tempo denunciando una performance a dodici mesi inferiore al 5%. Era il 2009, e il seguito lo ricordano tutti.

Allentando un pochino i parametri, dal 1928 si contano in tutto appena tre casi di performance a nove mesi a fine settembre superiore al 10% (quest’ anno: +18%) e a dodici mesi inferiore al 5% (quest’anno: +2%). Il seguito è sempre risultato incoraggiante nei mesi successivi sebbene, ad evidenza, non ci si possa basare su una casistica così rimaneggiata per formulare previsioni di ampio respiro.