I Tori possono dormire ancora sonni tranquilli: quasi nove anni di rialzi non hanno scalfito una comunità ancora poco coinvolta sul lato long del mercato. A fronte di una tendenza indiscutibilmente positiva, osserviamo analisti sempre pronti a dispensare consigli sui supporti al di sotto dei quali vendere (ma quando di preciso avrebbero suggerito di comprare? mistero...); e mai di resistenze al di sopra delle quali finalmente entrare. Investitori che denunciano un «rialzo basato sul nulla»; ma che si dichiarano disposti a comprare lo S&P500 a non più di 2000 punti. Bontà loro. Come se un anno fa, quando ci trovavamo su analoghi livelli, le banche centrali fossero inoperose.

Prova di questa dissociazione dalla realtà sono evidenti, non tanto dai sondaggi, che hanno la valenza dei voti dei giurati nei concorsi di bellezza (Keynes insegna), quanto dall'operato concreto: che misura l'azione effettiva. A settembre - ultimo dato disponibile - i fondi comuni azionari americani hanno subito un deflusso netto di 22 miliardi di dollari: l'emorragia su base mensile più consistente di questo altrimenti spettacolare 2017. Negli ultimi 18 mesi si registra una raccolta netta negativa che sfiora i 350 miliardi di dollari: nemmeno nell'analogo arco di tempo terminato a marzo 2009 (-277 miliardi) e dicembre 2012 (-295 miliardi) fu registrato un disimpegno così massiccio; e sì che all'epoca di ragioni per vendere ce n'erano a bizzeffe. Sui massimi del 2007, per dire, la raccolta netta segnava, sempre nell'arco di un anno a mezzo, +273 miliardi di dollari: un dato specularmente opposto a quello recente.

Questi dati suggeriscono due ordini di considerazioni: