Ad essere intimoriti dalle schermaglie commerciali fra Stati Uniti e Cina sono non tanto i mercati in senso stretto; quanto gli investitori. Questo, mentre sulla volatilità si registra un inquietante segnale rialzista. Ribasso in vista per le borse?

Nel breve periodo non è tanto Wall Street ad essere condizionata dalle schermaglie commerciali fra USA e Cina; quanto gli investitori (nel medio periodo è tutta un’altra storia, a giudicare dal +20% abbondante messo a segno dallo S&P da inizio anno): la borsa americana è scesa l’altro ieri in preda al pessimismo circa il confronto dialettico fra Washington e Pechino; è risalita ieri per il motivo opposto.

Certo, può essere a ragione addotto un ulteriore elemento a supporto del rimbalzo dello S&P di ieri: le minute del FOMC di settembre. Dalle quali trapela tutta la preoccupazione di Powell per il contesto internazionale e le «trade tensions»: che, a detta del braccio operativo della Federal Reserve, dissuaderebbero gli investimenti delle imprese, a fronte di un settore delle famiglie invece incoraggiato dall’andamento del mercato del lavoro e dal recupero del settore immobiliare. Insomma, la Fed è sempre più orientata ad aspirare al ruolo di banca centrale mondiale.

Al rally di ieri partecipano anche i listini del Vecchio Continente. L’Eurostoxx cerca di mantenere il contatto con la resistenza passante fra 3540 e 3600 punti, oltre la quale si candiderebbe a superare lo stallo in essere da quattro anni e mezzo. Il MIB manifesta una discreta vitalità, confermando il rimbalzo sulla media mobile a 200 giorni. Ma resta fermo un concetto: finché non si avrà ragione della barriera a 22.000 punti, l’ipotesi trading range sarà quella dominante.