Gli analisti elliottiani fanno rilevare come la lateralità che ha preceduto lo strappo partito dal supporto strutturale a 2750 punti, sarebbe una running correction: un consolidamento volatile ma poco direzionale, in cinque onde, e durato diciotto mesi.

Il mercato azionario americano celebra dunque un nuovo traguardo. Mentre il Dow Jones si spinge oltre i 27.000 punti, il popolare e seguitissimo S&P500 si lascia alle spalle la mitica quota 3.000 punti, spingendo oltre il 20% il bilancio (provvisorio) del 2019. Una soglia di rilievo, visto che è dal 2013 che l’indice americano non chiude l’anno con un progresso superiore al 20%. Sembra un dato di poco conto, eppure dal 1950 soltanto un’altra volta lo S&P ha lasciato trascorrere più di cinque anni fra una annata così brillante e l’altra. Il 2019 dovrebbe spezzare questo incantesimo.

Gli analisti elliottiani difatti fanno rilevare come la lateralità che ha preceduto lo strappo partito dal supporto strutturale a 2750 punti, sarebbe una running correction: un consolidamento volatile ma poco direzionale, in cinque onde, e perdurato diciotto mesi; al cui termine il mercato riparte sufficientemente fresco e riposato. Ci si aspetterebbe che nuovi massimi storici attirino i compratori e scatenino l’entusiasmo, ed invece proprio questa lettura spiega e giustifica perché mai all’opposto il sentiment sia così depresso.

Difatti nelle ultime quattro settimane dai fondi comuni azionari americani sono usciti ben 44 miliardi di dollari, il Panic-Euphoria model di Citi è tiepido, mentre secondo il sondaggio di AAII i “Tori” sono meno del 34% del totale; sul massimo di settembre erano più del 45%, a gennaio 2018 – quando iniziò questa sfibrante correzione – il 60%. Non c’è niente di meglio di un bull market che lasci le mani deboli ai margini del listino.