BoA Merrill Lynch ha fatto notizia, ad inizio settimana, proclamando un imminente «baby bear» market: una denuncia che stona, in un periodo caratterizzato dalla consueta pubblicazione di outlook per il 2019 tinti di rosa. Resta attualissimo il messaggio avanzato da mesi dal nostro modello di asset allocation.

Si infervora il dibattito sull'inversione registrata sul segmento breve della curva dei rendimenti americana: un fenomeno che denuncia, da un lato, un eccesso di zelo da parte della Federal Reserve nell'inasprire la politica monetaria; dall'altro un anticipo eccessivo di scenari preoccupanti per la congiuntura economica. È vero, come argomentato in solitudine la scorsa estate in questa sede, che l'inversione della curva 5-2y ha anticipato sempre il successivo ribaltamento della più rilevante curva 10y-3m; ma è altresì vero che le ultime tre recessioni sono seguite un considerevole lasso di tempo dopo questo evento.

Insomma, si discute della prospettiva di una recessione che negli Stati Uniti si manifesterebbe non prima del 2021, stando allo script storico. Siamo i primi a manifestare da diversi mesi cautele e preoccupazioni per lo stato di salute dei listini azionari mondiali; ma facciamo fatica a condividere questa battaglia: il bear market non arriverà dalla curva dei rendimenti. D'altro canto, con un ISM Index a novembre salito a 59.3 punti, di quale imminente recessione stiamo parlando?

Ciò non toglie, appunto, che il messaggio fermo da mesi avanzato dal nostro modello di asset allocation, vada tenuto in debito conto. BoA Merrill Lynch ha fatto notizia, ad inizio settimana, proclamando un imminente «baby bear» market: una denuncia che stona, in un periodo caratterizzato dalla consueta pubblicazione di outlook per il 2019 tinti di rosa (il nostro, al solito, sarà pubblicato a gennaio). A ieri soltanto 3 borse sulle prime 20 al mondo per capitalizzazione, vantavano formale uptrend, collocandosi sopra la propria media mobile a 200 giorni. Non sorprende il lancio di ieri dell'agenzia Bloomberg, che citava operatori secondo cui il 2018 è stato per gli investitori il peggiore anno dal 1972, in termini di asset class in grado di generare performance positive.