L'ISM Index nel frattempo segnala un deterioramento della congiuntura economica USA, poco evidente in superficie. Powell farebbe bene a non chiudere la porta a futuri stimoli monetari, a differenza di quanto fatto a margine dell'ultimo FOMC.

Detenere in portafoglio investimenti perdenti, quest’anno è risultato decisamente arduo: secondo il Wall Street Journal, dopo i primi quattro mesi del 2019 soltanto l’11% delle asset class ha conseguito un saldo negativo. Un risultato speculare rispetto ad un gramo 2018, in cui al netto dell’inflazione vantare investimenti vincenti risultò pressoché impossibile; che però non scalda i cuori degli operatori: malgrado i nuovi massimi storici a Wall Street soltanto il 39% delle famiglie nutre aspettative bullish (era il 46% a settembre e il 60% a gennaio 2018). La raccolta netta dei fondi comuni azionari rimane pesantemente negativa (-25 miliardi di dollari a marzo; -273 miliardi negli ultimi dodici mesi), e misure del sentiment real time come il put/call ratio e il VIX continuano clamorosamente a puntare verso l’alto, confermando una atipica correlazione positiva con lo S&P500.

Queste considerazioni servono ad evidenziare come ancora una volta il “muro di paura” sia ben eretto. Nonostante la quarta migliore partenza della storia; meno del 28% delle sedute, quest’anno, hanno visto l’indice USA apprezzarsi in misura superiore al mezzo punto percentuale. Una contenuta effervescenza che dissuade efficacemente i ritardatari dall’impegnare risorse sul mercato.

Lo stesso Powell ci mette del suo: la flessione dell’inflazione è transitoria, avverte il governatore della Fed. D’altro canto, con una espansione imperiosa nel primo trimestre, con una crescita sorprendente nei posti di lavoro, con i sussidi di disoccupazione ai minimi storici; perché mai la banca centrale americana dovrebbe tagliare i tassi di interesse?