I media descrivono la realtà mediante lo specchietto retrovisore, non attraverso il parabrezza. Calano le operazioni di buyback; ma l'offerta di azioni crolla: quest'anno soltanto 110 nuove società si sono affacciate a Wall Street; nel 1999 le IPO furono 476.

È uno schema ricorrente: quando i mercati salgono, gli autoesclusi del bull market invocano la correzione depuratrice; quando lateralizzano si fa sistematico ricorso a precedenti inquietanti (il 1998 tanto di moda l'anno scorso, il 2007 paventato quest'anno), o si raffigurano improbabili minacce esoteriche (l'ultima è stato lo spassoso "indice del teschio" evocato qualche giorno fa da un noto quotidiano). Infine, quando scendono, puntuale emerge lo spauracchio del "cigno nero". A fronte di questo storytelling, lo S&P500 quest'anno ha già conseguito 13 nuovi massimi storici; che si aggiungono ai 242 new all time high messi a segno dal 2013 - quando ancora si paventavano improbabili "tripli massimi" - al 2019.

E nel frattempo finiscono nel dimenticatoio – meglio così... - i setup stagionali invernali vincenti che anticipavano ancora una volta una annata benigna; o, allargando la visuale, si trascura il fatto che i segnali strutturali di lungo periodo emersi nella primavera del 2009, non sono mai (mai!) venuti meno. Che un bull market non muore mai di anzianità. Che la correlazione fra indici azionari e utili aziendali sussiste ferma da undici anni. E che i media osservano e descrivono la realtà mediante lo specchietto retrovisore, non attraverso il parabrezza. Fa strano constatare che c’è chi crede che bastino un paio di euro per anticipare il futuro.