A 31 volte gli utili, l’attuale rapporto fra quotazioni dello S&P e EPS degli ultimi dieci anni (CAPE) è sicuramente elevato e pregiudizievole per le performance dei prossimi cinque anni; ma si colloca agli stessi livelli di fine 1996.

Si conclude una settimana all’insegna del consolidamento, con l’indice delle borse mondiali in ripiegamento dell’1%; del 3% dai massimi, con il Tech e le borse asiatiche che pagano il pedaggio maggiore. Sempre più evidenti sono i segni di un rallentamento del ritmo di recupero delle economie mondiali: dai dati “smart” sulla mobilità urbana agli indici di fiducia dei consumatori, dalla inattesa crescita dei sussidi di disoccupazione ai timori ora palesati dagli operatori economici europei. D’altro canto, come riporta la sezione dedicata agli indici mondiali delle sorprese macro, le aspettative sono ora talmente posizionate verso l’alto, che lo spazio per residue sorprese benigne è in molti casi virtualmente nullo: qualsiasi dato le economie possano ora partorire, esso risulterà in ogni caso meno brillante delle attese. E questo non giova certo alla dinamica del mercato azionario.

Mercato che in alcuni casi rivede vecchi valori. Con la passata ottava il Dow Jones registra i medesimi livelli di inizio 2018: quando fu affondato dal crack degli ETP legati alla volatilità. Proprio così: dopo 130 settimane, si registra una performance virtualmente nulla (-0.55%, per l’esattezza). L’ottimista potrà giudicare il bicchiere mezzo pieno, rilevando come il mercato si sia riposato in tutto questo tempo, pronto per avviare una nuova gamba di rialzo dopo quello che può esser giudicata a tutti gli effetti una fase di ri-accumulazione.

Il pessimista al contrario sottolinea come l’andamento di mercato dipenda sempre più dal contributo di pochissime società ad elevata capitalizzazione. Rimuovendo quell’impatto, il portafoglio piange.

Il clamoroso ritardo maturato rispetto ai livelli di inizio 2018, conferma in effetti come l’azione media, fra le quasi due mila monitorate, non è che abbia particolarmente brillato in questo lasso di tempo. L’unico modo per portare a casa le plusvalenze, è stato quello di includere “un po’ di pepe”, sotto forma di società del FANG. Volenti o nolenti, è così.

Dal 2015, le prime cinque società per capitalizzazione della borsa USA, hanno visto la capitalizzazione crescere di 4.8 trilioni di dollari; le restanti 495 società dello S&P500, complessivamente, nel medesimo arco di tempo hanno sperimentato una crescita di valore contenuta a 3.8 trilioni di dollari. Il paradosso è che, alla ricerca di performance, gli investitori di ogni tipo siano costretti ad aggiungere società dalle quotazioni tirate, a loro volta contribuendo all’ulteriore lievitazione dei parametri fondamentali.

D’altro canto, però, un mercato non ha mai conseguito un picco definitivo, solo per il suo Price/Earnings elevato. A 31 volte gli utili, l’attuale rapporto fra quotazioni dello S&P e EPS degli ultimi dieci anni (CAPE) è sicuramente elevato e pregiudizievole per le performance dei prossimi cinque anni; ma quando raggiunse analogo livello sul finire del 1996, non impedì certo ulteriori tre anni di spettacolari rialzi da parte di Wall Street.