A dirla tutta però la stagnazione borsistica di luglio era nelle carte. I nostri modelli previsionali l’avevano preannunciata con una certa risolutezza. Il declino di ieri si inserisce perfettamente in questo solco.

Il mercato ha un problema con la leadership della Federal Reserve. La banca centrale americana ieri ha ridotto i tassi di un quarto di punto percentuale, citando il rallentamento macro globale, le schermaglie commerciali, la frenata manifatturiera negli Stati Uniti e il rallentamento delle aspettative inflazionistiche. Concluso con due mesi di anticipo il restringimento del bilancio (QT). Era il massimo che Powell potesse concedere.

La reazione, delusa, non si è fatta attendere. Gli indici azionari hanno chiuso con ampi regressi. Nulla di drammatico: a fine mese una flessione da parte dello S&P500 viene quasi sempre compensata il giorno successivo. Ma da quando Powell governa la Fed, il FOMC Day si è risolto negativamente in ben 10 casi su 12; rovesciando una tradizione di segno opposto. C’è un problema quantomeno di comunicazione. Trump al solito esagera quando mormora che il Dow Jones si troverebbe ben oltre i correnti livelli se diverso fosse l’inquilino che siede in cima alla banca centrale americana ma, dati alla mano, l’indice in esame ha lasciato per strada complessivamente 1000 punti durante le riunioni del braccio operativo della Fed targata Powell.

Alla fine la curva dei rendimenti è rimasta invertita e, malgrado sia stato fatto trapelare che al massimo si potrà confidare in un ulteriore taglio da 25 punti base prima che si esaurisca questo mini-ciclo distensivo; il mercato è di diverso parere. Il vecchio adagio Don’t fight the Fed si è trasformato in un ben più credibile Don’t fight the Market.