Dal picco dello scorso mese di settembre, da chiusura a chiusura, il ridimensionamento dello S&P500 ha letteralmente sfiorato la definizione di bear market; una circostanza non unica: dal 1990 si registrano altri quattro precedenti analoghi.

Una seduta contraddistinta dal raggiungimento del livello più basso degli ultimi cinquant’anni da parte dei sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti, vede il mercato azionario chiudere sostanzialmente invariato, dopo aver vissuto buona parte della sessione in territorio negativo. Va male alle commodity, con vistosi arretramenti registrati sul petrolio, sull’oro e sui metalli ad uso industriale. Non ne beneficia il mercato obbligazionario, con lo yield del T-Note decennale risalito al 2.50%.

Nel frattempo l’Economic Data Change Index (EDCI) negli Stati Uniti, nella versione che esclude le misure “soft”, scivola ieri ad un nuovo minimo decennale: a conferma della precarietà della congiuntura economica USA. Non a caso si assiste ad una convergenza di aspettative fra la Federal Reserve, ormai orientata ufficiosamente verso un nulla di fatto sul fronte dei tassi ufficiali da qui ad un anno; e mercato, che questa aspettativa la manifesta ormai da diversi mesi. In seno al direttorio della banca centrale americana, ormai le dichiarazioni dovish sono quantitativamente comparabili a quelle hawkish.

A Piazza Affari nel frattempo l’indice MIB si produce in un millimetrico test del long stop giornaliero: quasi sospetto, tanto è stato preciso. Stando così le cose, si direbbe che il consolidamento sia terminato ieri mattina, con la borsa italiana pronta per scatenare un nuovo assalto all’arcinota resistenza, che costituisce lo spartiacque fra bear market rally e... qualcosa di più. Tre test del supporto giornaliero in poco più di un mese sono sospetti, certo; ma, allo stato attuale, l’onere della prova spetta ai ribassisti.