Le condizioni per accettare un mercato azionario sopravvaluto erano due: tassi di interesse bassissimi, che ridimensionassero la concorrenza del reddito fisso; e la prospettiva di una crescita degli EPS che prefigurasse una compressione dei multipli.

Con il tracollo della settimana passata, i mercati azionari hanno azzerato praticamente tutti i guadagni realizzati da ottobre in avanti: quando diventava sensata l’aspettativa di una ripartenza dopo il global slowdown partito ad inizio 2018; attesa ora sconfessata dalla paralisi economica globale in atto.

Per lo S&P500, che pochi giorni fa solcava territori inesplorati, si tratta della più consistente flessione in sei sedute (-12.1%) da un massimo assoluto, di tutta la sua storia quasi centenaria. Per l’Eurostoxx50 si tratta della seconda peggior settimana di sempre: nemmeno nel 1987 il crollo risultò così verticale. Tutto sommato registrare una correzione, dopo un rialzo a tripla cifra percentuale spalmato su quasi undici anni, dovrebbe essere ordinaria amministrazione. Ma ci sono aspetti che non quadrano.

Primo. Il Dow Jones ha penetrato il minimo di dicembre. Storicamente ciò assicura continuazione del ribasso di diversi punti percentuali nelle settimane successive, come dettagliato nel Rapporto Giornaliero di oggi. Questo dato va letto alla luce del conseguimento di un saldo negativo in entrambi i mesi di gennaio e febbraio. Venendo da una annata positiva, si configura un setup registrato altre 9 volte nella storia. Anche in questo caso il seguito risulta tutt'altro che confortante, come spieghiamo nel rapporto.

Secondo. Da buoni contrarian abbiamo ostentato calma glaciale in tutte le precedenti correzioni, in splendido isolamento rispetto alla comunità degli analisti ed investitori, pronti preda del panico. Oggi osserviamo una tendenza a minimizzare, quando non a negare una realtà che ha proposto negli ultimi giorni elementi inediti e degni di nota. Come nel tentativo di esorcizzare il peggio. Non funziona così.